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Si occupa di terrorismo internazionale e Medio Oriente, lavora al "Corriere della Sera" come inviato negli Stati Uniti
L’Africa è sempre infiammata dai conflitti e oggi ha un fronte più visibile degli altri. Il Mozambico. Possiamo definirlo ibrido perché, come in altre regioni, unisce rivendicazioni tipicamente locali ai grandi disegni del Califfato. Almeno a livello di messaggi. Lo racconta quanto avvenuto nel nord, nella provincia di Capo Delgado. Alla fine di marzo gli insorti si sono infiltrati con grande abilità nella località di Palma. Hanno evitato i controlli di un apparato di sicurezza scarno, hanno atteso e poi hanno sferrato un attacco simultaneo su più punti. Le difese sono state travolte, i guerriglieri si sono sparpagliati accanendosi su civili stranieri. Molte le vittime, alcune decapitate. Numerose le persone disperse nel caos seguito all’assalto. Centinaia di abitanti sono riusciti a scappare con un’incredibile operazione via mare: piccole imbarcazioni, un paio di traghetti, mezzi di fortuna sono entrati nel porto caricando i fuggiaschi poi trasferiti in altre località. Momenti di grande tensione e angoscia. Non meno drammatica la sortita di una colonna di veicoli, con a bordo anche inglesi e sudafricani, che ha tentato di rompere l’accerchiamento ma è finita sotto il fuoco. Diversi sono stati recuperati dall’intervento di elicotteri pilotati da membri di una compagnia di sicurezza, la Dag, mentre è stata segnalata l’azione di un mini-team dei famosi Sas britannici, alla ricerca di alcuni "missing".
La reazione delle truppe governative è arrivata solo nella prima settimana d’aprile, con un’offensiva per riassumere il controllo della cittadina. Iniziativa accompagnata però dal blocco di importanti attività economiche. La compagnia francese Total, presente in zona, ha sospeso i lavori nei centri per il gas ad Afungi. Una risorsa fondamentale per le casse dello stato. Sempre nel Cabo Delgado operano anche l’italiana Eni e altre società, strutture che possono diventare target della violenza diffusa scatenata da una formazione dal profilo non netto.
L’attacco a Palma è stato rivendicato dallo Stato Islamico, ma sul terreno si sono mossi i miliziani noti come al Shabab, nome che ricorda quello dei qaedisti della Somalia senza che però vi sia un rapporto. Il movimento nasce attorno al 2007 nella comunità musulmana, piuttosto diffusa lungo la costa, composta dalle etnie Makua e Mwani. È un’area povera, dimenticata, afflitta da diseguaglianze e mancanza di lavoro. Gli estremisti sono stati ispirati da alcuni predicatori che seguono non alla lettera le regole del Corano e, nel tempo, dal semplice proselitismo sono passati all’azione. Il primo grande episodio è nell’ottobre 2017 a Mocimboa da Praia, quindi un incalzare di eventi grazie anche alla crescita dell’arsenale. I mujaheddin - rinforzati da volontari arrivati dalla Tanzania - hanno preso di mira i cristiani, la polizia, i soldati. Con l’inasprirsi delle scorrerie è cresciuta la propaganda e l’Isis ha messo cappello sulla rivolta. Lo ha fatto in modo sporadico tanto che qualcuno è apparso scettico sull’esistenza di rapporti reali.
Gli analisti più attenti hanno ribadito che il link c’è, però non va enfatizzato oltre misura. E comunque alla fine l’impatto delle incursioni è stato tale che poco importa la colorazione politica di chi spara. Il Mozambico ha davanti un nemico temibile e dovrà trovare una risposta. Non è detto che sia facile.
10-04-2021 22:00



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