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Chiuse la sale, l'alternativa rimane il televisore di casa
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"Uscendo dal cinema"
ci resta... il film casalingo
ROBERTO NEPOTI


A prestar fede ai più recenti sondaggi, gran parte del pubblico è ansiosa di tornare a frequentare le sale così a lungo chiuse per pandemia. Trionfa dunque chi, da tempo, ripeteva come un mantra che i film vanno visti al cinema; mentre altri si sono adattati bene alla visione casalinga sulle piattaforme, meglio se su maxischermi dai costi ormai relativamente accessibili. Nell’eterno conflitto tra apocalittici e integrati, però, nessuno si è preoccupato di spiegarci la cosa fondamentale, ossia che "vedere un film" e "andare al cinema" sono (anche quando la pellicola è la stessa) esperienze molto diverse. Lo sapeva bene la Filmologia, disciplina oggi - ingiustamente - trascurata che indaga la psicologia dello spettatore. I filmologi distinguono tra "fatti cinematografici" e "fatti filmici". I primi comprendono, tra l’altro, tutto ciò che precede la visione del film: lo spettatore decide di uscire di casa per recarsi in un luogo deputato (la sala), acquista un biglietto, prende posto in una poltrona.
Quando le luci si spengono entra in una dimensione parallela, un mondo semionirico che condividerà con chi siede intorno a lui. In quel preciso momento, il cinema gli assegna un ruolo ed egli accetta una certa dose di "sacralità" (ecco ciò che molti rimpiangono) del luogo in cui si trova. L’ambiente non solo pone le premesse per la visione del film ma la condiziona anche, infuenzando in vari modi la percezione spettatoriale. Sulle sue esperienze di spettatore appassionato scrisse pagine memorabili Roland Barthes in un articolo dal titolo "Uscendo dal cinema". A Barthes piaceva frequentare i cinematografi nel pomeriggio; uscendone al crepuscolo per prolungare, nelle strade semideserte di Parigi, lo stato di spaesamento prodotto dalla visione del film. Una sorta di piacevole semi-ipnosi che di certo molti avranno provato.
Diversa la modalità dei film visti in casa propria: più consumistica, forse; di certo più simile a quella del lettore di un libro. Con la larga disponibilità odierna di titoli offerti dalle piattaforme, il film viene scelto come un volume dallo scaffale di una libreria (o di un supermarket, per i puristi del cinema in sala). Puoi interromperne la lettura, puoi "sfogliarlo" saltando in avanti e all’indietro, magari per rivedere un’immagine o riascoltare una battuta che ti era sfuggita. Il che non manca di aspetti pratici, però comporta la perdita di "magia" della visione in sala. Appare sempre più chiaro che il Covid ha accelerato il processo di privatizzazione della visione; ed è proprio ciò a stimolare le contrapposizioni ideologiche.
Anche se si può scommettere che (lo indica già l’uscita in contemporanea di alcuni grossi titoli Disney sia on demand, sia nelle sale americane che stanno riaprendo) a pandemia finita le due forme convivranno. E qui si apre un altro capitolo: riguardante i festival, tradizionali luoghi di aggregazione per amanti del cinema ma, nell’ultimo anno, svoltisi prevalentemente online. È prevedibile che, in futuro, pure questi faranno convivere le due modalità, in presenza e virtuale. Quel che è certo è che sarà bello tornare a frequentare dal vivo il Festival di Locarno. Un po’ per rivedere i film sul suo gigantesco schermo, ma soprattutto perché, in Piazza Grande, lo spettacolo è anche quello del pubblico che guarda se stesso.
27.03.2021


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