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Fuori dal coro
Con l'arte si riscopre
un infinito mondo interiore
GIÒ REZZONICO


Oggi vorrei parlarvi di un amico, di quelli rari, che tra poco compie novant’anni. Il suo mondo interiore e le sue passioni l’hanno salvaguardato anche dall’esperienza del Covid, che considera comunque uno dei periodi più duri della sua esistenza. Vorrei invitarvi ad entrare, per quanto possibile, nell’universo di Mario Matasci. Le migliori energie degli ultimi cinquant’anni della sua vita, da quando nel 1968 acquistò la sua prima opera da un artista incompreso, li ha dedicati all’arte, alla costante ricerca di opere in sintonia con il suo mondo interiore. Ne è così scaturita una collezione particolare, costruita attorno a un modo di essere. Modellata dall’universo introspettivo di una persona sensibile, riflessiva, che si interroga sul significato di questa nostra presenza terrena.
Molti di voi, forse, hanno già visitato il suo "Deposito" a Riazzino. Una fabbrica dismessa, trasformata con genialità e con mezzi poveri in galleria d’arte. Un luogo dove vi sentirete a vostro agio, attorniati da sculture e dipinti che vi porteranno a riflettere su voi stessi. Le opere dell’ampia collezione vengono esposte a rotazione, in mostre che seguono fili conduttori diversi, ma tutti riconducibili alla Weltanschauung di Mario. Ogni quadro è commentato da una citazione, non del gallerista, ma di autori presi in prestito e cercati a lungo e con cura. Da alcuni mesi è pronto un nuovo allestimento, ma solo da qualche giorno la galleria è di nuovo accessibile al pubblico la domenica pomeriggio dalle 14 alle 18. Se trovate il tempo, vi consiglio di visitarla entro fine aprile per ammirare l’installazione "Pellegrini", che a partire dal mese di maggio inizierà un lungo ‘pellegrinaggio’ con soste in varie città europee per giungere infine a Santiago de Compostela. Il suo autore, Johann Kralewski, è un artista polacco che trascorre lunghi periodi nel Locarnese. Questa sua creazione rappresenta una quindicina di pellegrini in grandezza naturale seduti su scarne panchine. Le figure sono anonime, senza apparenze esterne, per rendere l’idea del pellegrinaggio come ricerca di se stessi.
Nella stessa sala è esposto un lavoro di Sergio Emery che ricorda la caducità della nostra esistenza, mentre un dipinto di Zoran Music rammenta il periodo da lui trascorso nel campo di concentramento di Dachau. "Dopo – scrive Music – nulla è stato come prima". Accanto è esposta una scultura di Gabriela Spector che ci porta a riflettere sulla triste realtà dei migranti, mentre Jürgen Brodwolf propone due sudari riportati alla luce da una fossa comune. Due altre opere – di Ireneo Nicora e di Serena Martinelli – sono invece dedicate al drammatico sforzo di tenere vivo il ricordo.
27.03.2021


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