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Pupi Avati
Immagini articolo
"È la solitudine la malattia
più grave e incurabile"
MARINA CAPPA


Pupi Avati è nella sua bella casa romana, dove lavora e custodisce anche i ricordi fotografici di tutti i suoi morti, che ogni sera "saluto con affetto prima di andare a dormire". Adesso però è pomeriggio e lui sta scrivendo la scena di un nuovo film. L’ultimo, invece, Lei mi parla ancora, ha da poco debuttato su Sky Cinema: tratto dal libro di Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio, racconta un amore lungo una vita. Il protagonista è Renato Pozzetto, con lui la moglie Stefania Sandrelli, il ghostwriter Fabrizio Gifuni, la figlia Chiara Caselli e un bel cast. "Mi chiamano sia ventenni sia ottantenni, il film suscita qualcosa di misterioso. Eppure un protagonista di oltre 80 anni, 64 di matrimonio: sulla carta sembrava quanto di più anacronistico nell’Occidente di oggi ci possa essere".
Invece, la commozione, quelle lacrime sul ciglio degli spettatori che il regista vorrebbe vedere quando Lei mi parla arriverà in tutte le sale, ha conquistato i pubblici più diversi. Avati - con i suoi 83 anni e oltre mezzo secolo di cinema - non è però uomo da limitarsi alle emozioni. Ama analizzare, con cura e talvolta con un pizzico di crudeltà verso se stesso, o perlomeno senza indulgenze. "Per sempre è un’aspirazione insita nell’essere umano, la mia generazione la usava nell’amore, nell’amicizia, nel lavoro. Poi, per anni l’abbiamo nascosta, ma è sopravvissuta. Una cosa che ci piace vogliamo che duri per sempre. Purtroppo non accade così, i momenti di felicità sono rarissimi".
Su questo, le ragioni del cinema e quelle del cuore si mescolano. Pupi è sposato da 58 anni con Nicola: "Volevo questa ragazza perché era bella e la volevo per sempre, avevo paura che me la portassero via. L’ho martirizzata perché ero di una gelosia pazzesca, al suo fianco non ho mai visto un film intero: guardavo più lei dello schermo, per capire se stava fissando qualcuno. Non l’avevo mai confessato, ed è la scena che adesso sto scrivendo". Nella sceneggiatura, spiega, una coppia si riunisce dopo vent’anni di separazione. Un’esperienza che lui e Nicola hanno fatto, anche se solo per otto mesi. Ma perché si torna insieme? "Magari ci eravamo sbarazzati dell’altro volendo provare un giocattolo più divertente, e quando quel giocattolo scompare riconsideriamo le situazioni di cui ci eravamo liberati".
Triste? La cosa più triste è un’altra, secondo Avati: "Molti vivono l’ultima parte della loro vita da soli, e sbagliano. Il passato può essere ingombrante, però tornare a sedursi è possibile. Una donna di 60 anni non è la stessa dei 20, così come un uomo, anch’io ero più carino da giovane. Ma la malattia più grave, da cui non si guarisce, è la solitudine". Soprattutto per gli uomini: "Noi siamo più fragili, anche vigliacchi. Nei mesi di lockdown, solo in casa con mia moglie, ho scoperto la sua energia, il coraggio nel gestire tutto. Io non la aiutavo, ma guardavo e mi piaceva vedere quanto era rimasta molto più giovane e meno spaventata di me".
Adesso il regista è impegnato anche in un nuovo film su Dante, che inizierà in maggio, dopo 18 anni di preparazione, per uscire entro quest’anno, per i 700 anni della morte del poeta. "Racconto la sua vita, attraverso una ‘password’ che è Boccaccio, suo primo biografo, interpretato da Sergio Castellitto. Dante lombrosianamente è antipaticissimo, di lui abbiamo solo profili arcigni, ma non era così, e io voglio mostrarlo".
Quando non lavora, Avati legge moltissimo, dai classici latini ai contemporanei americani, "però ho una pessima memoria, anche se a volte scrivo cose che forse vengono, a mia insaputa, dai libri che ho letto. E sono molto influenzabile, un po’ Zelig, quindi non vado al cinema perché ho paura di vedere un film che mi piace e magari copiarlo". Di sicuro non è successo con Lei mi parla ancora, dove a parlare sullo schermo è l’anima di Pupi.
27.03.2021


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