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Le riflessioni in chiaroscuro del direttore della Moncucco
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"Questa terza ondata
si poteva evitare se..."
PATRIZIA GUENZI


A un anno e passa al fronte contro il virus è anche tempo di bilanci. O, perlomeno, di qualche riflessione. Christian Camponovo, direttore della Clinica Luganese Moncucco - centro Covid del cantone con La Carità di Locarno - non nasconde di aver riflettuto e pensato parecchio in questi mesi. Di essersi posto molte domande, di aver messo in discussione tante certezze. Ma, soprattutto, di essere giunto alla conclusione che si poteva fare meglio. "Sì, in Svizzera non abbiamo fatto tutto quello che avremmo potuto fare - dice -. Altre nazioni hanno avuto un approccio diverso e i risultati ci sono stati".
Come dire?, direttore, avremmo potuto evitare questa terza ondata. Perché di fatto è una terza ondata, o no?
"Possiamo decidere di chiamarla la seconda parte della seconda ondata o preferire altre definizioni... Ma di fatto è la terza ondata, non si scappa. I contagi da un po’ sono aumentati in maniera abbastanza marcata".
E si poteva evitare secondo lei?
"La prima ondata ci è arrivata addosso come uno tsunami. Ma la seconda, forse, potevamo evitarla. La terza quasi sicuramente. Ripeto, un approccio diverso ci avrebbe permesso di evitarla"
Ad esempio?
"Avere un rigore diverso. Prendiamo l’Australia, che è un’isola e forse ha avuto vita più facile, ma comunque parliamo di un territorio vastissimo. Ecco, lì hanno deciso di eradicare il virus prima di riaprire. E ci sono riusciti".
Una scelta impossibile in Svizzera. Siamo il Paese del compromesso, dove si cerca sempre di mantenere una sorta di via di mezzo.
"Il nostro modo di vivere, di essere, mette la libertà individuale davanti a tutto. Ed è un approccio problematico quando c’è di mezzo un virus. Chi ha preso una decisione drastica ne è uscito meglio".
A conti fatti probabilmente, tra chiusure parziali, timide aperture, richiusure... rischiamo di subire più restrizioni. Cosa ne pensa?
"Se sommiamo le nostre ripetute chiusure e i problemi che generano in termini anche di sofferenza psichica sono convinto che chiusure più drastiche, ma di durata minore, sarebbero state più efficaci e ci avrebbero creato meno problemi".
Parliamo di vaccini. Secondo lei la Svizzera come ha gestito l’organizzazione della profilassi?
"Mi faccia dire una cosa prima".
Prego.
"Adesso siamo tutti concentrati sui vaccini. Non dobbiamo però dimenticare che occorre continuare a rispettare le misure di protezione perché solo così potremo evitarci nuove chiusure".
Venendo all’organizzazione?
"La giudico tutto sommato positiva. La Svizzera ha messo le giuste priorità riservando le dosi alle persone più a rischio, quelle che ne traggono maggior giovamento".
E a livello cantonale?
"A parte qualche polemica sui vaccini residuali che sono andati a finire dove non dovevano... beh, la gestione è positiva".
Sulla scelta di mettere al sicuro prima il personale delle case anziani cosa ne pensa?
"Su questo aspetto non mi esprimo perché non ho sufficienti competenze nel campo dell’etica per dire chi era meglio privilegiare: gli anziani a domicilio o quelli nelle Case. Dico solo che il vaccino al momento è un salvavita. Quindi va privilegiata quella categoria di persone che più di altre rischia. Ricordo che un paziente su tre ospedalizzato per Covid se ha più di 80 anni non sopravvive".
Vero è che questa scelta è stata fatta quando ancora non si sapeva che la fornitura di vaccini avrebbe subito uno stop. Col senno di poi è più facile, non crede?
"Ma certo! Sono tutte analisi da fare dopo, tenendo però ben presente la situazione in cui eravamo nel momento in cui abbiamo preso certe decisioni".
Tornando all’oggi, alla Pasqua, che ne dice di quest’ondata di turisti che arriverà. Un rischio più per loro o per noi?
"Non parlerei di un maggiore rischio. Dovrebbero arrivare quasi esclusivamente dalla Svizzera. E il nostro Paese non ha grosse differenze in termini di contagi. Siamo un po’ tutti sulla stessa barca. A patto di rispettare il piano di protezione".
Scettico su questo punto?
"Dico solo che sarebbe peccato proprio ora giocarsi la libertà che rispetto ad altri Paesi abbiamo avuto".
Maggiore attenzione anche in famiglia. Rispetto alla prima ondata sembra essere un luogo più a rischio. Perché?
"Ci sono le varianti, molto più contagiose e in famiglia è più difficile mantenere le distanze. Una volta entrato il virus non lo fermiamo più".
Ha detto che potevamo fare meglio. Quale altra conclusione ha già tratto dalle sue riflessioni?
"Che in fondo ci è andata bene. Mi chiedo cosa accadrebbe se arrivasse un virus davvero cattivo. Ho l’impressione che la lezione non ci abbia insegnato granché. E questo è preoccupante".
pguenzi@caffe.ch
27.03.2021


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